Chissà quante volte l’ho fatto, mettermi il cielo dietro gli occhi, chiuderti la bocca con le dita, scivolare in fondo a quella strada stretta, dirti “addio per sempre, ci vediamo domani alla solita ora”.
Verranno a prenderci tra poche ore. Al confine lasceranno passare solo me. Davanti a fuochi accesi nella notte giurerò di aver dimenticato. Brucerai piano e piangerò forte.
Tradirò le preghiere e i cristalli sepolti nella terra. Ulivi a perdifiato per ballare danze sacre, la paura di non ritrovare l’altezza, ruote panoramiche che volano via come soffioni nei campi d’estate.
E poi la geometria rotta del tuo pentagramma, gli scatti dell’obiettivo come carezze sui miei digiuni, la forza vorace impressa ai muscoli con la precisione lieve di un liutaio.
Partire significa raddoppiare ogni volta la distanza di sicurezza tra noi. Tornare è ritrovarti la sera nel letto, navigare su lenzuola blu notte, con le pareti che crollano sotto il peso delle cornici.
A piedi nudi sfilo sul tavolo della tua cucina. A braccia nude ti tengo stretto e libero mentre impari a respirare. A gambe nude aspetto la vita nel centro. A mente nuda lascio casa mia,
che chiamo col tuo nome.