La tua immagine è ferma in un rettangolo. Sembri una fotografia sfuocata ma sei vivo come un salto quantico che mi strappa alla mia isola africana e mi riporta dritta a Itaca. D’un colpo sciolgo i lacci che mi legano, perché le sirene bastarde smettono di cantare all’improvviso, coperte dal suono della tua voce bella, esagonale anche lei, trasparente e potente anche lei, come il cristallo antico che porto sul cuore. Me l’ha posato addosso una farfalla di macramè blu, anni prima di sognarti, quando lo stesso amore che sento adesso aveva nodi che non sapevo intrecciare. Che non sapevo sciogliere. Mi traghetti tra passato e futuro, con un invito alla tenerezza che finalmente mi rompe in pianto. Ripeti il mio nome una due cento volte, da distanze che non si misurano con la distanza. Arrivi dentro al corpo come solo un viaggiatore esperto può fare, parlandomi tutte le lingue del mondo e poi la sola che io possa davvero comprendere.
Vedi di me gli angoli che ho bisogno di guardare, e dalla tua nave ben ancorata a terra m’inviti ancora una volta a una dolcezza persa, nascosta, fatta a pezzi da Ciclopi ciechi, mostruosi. Loro sono il vero Nessuno e tu me lo dimostri senza mai alzare la voce. La notte è una fisarmonica solitaria che mi sveglia sempre alla stessa ora, quando ripenso alle tue vele spiegate, alle tue storie spiegate con la pazienza e l’onestà di chi si guarda allo specchio e riesce a non girare lo sguardo. Il soffio d’Africa mi riempie oggi di pagine vuote, nuove. Mi metto le scarpe al contrario stamattina, prima di uscire nel vento. Tu non lo sai. Eppure, tu solo, sai perché.