Limoni gialli appesi alla terra sbagliata, a profumare i bicchieri di miele al mattino, le gonne lunghe in estate, le nostre tavole rotonde piene di cavalieri e di fate.
Li guardo da una diagonale che cambia stagione alla velocità delle onde, spiaggia senz’acqua dove raccolgo conchiglie che mi riportano all’orecchio la tua voce lontana.
La custodisco come una perla, come un codice antico. Torno a lei come si torna a bagnarsi nel mare, come si trova la via fuori dal labirinto, come si arriva a svegliarsi nei sogni.
Mi aspettano venticinque abbracci, un conto in sospeso, l’eredità sinuosa che da un albero altissimo mi sibila addosso parole di vipera. Nell’abitacolo della mia indecisione vedo con occhi chiarissimi il tuo balcone pieno di sole, angolo retto in cui ho ingoiato settimane sante, tangente inamovibile che osserva le lenzuola sui tetti, l’alcol che non versi, la rabbia che una radice antica ti ha portato via le notti.
Braccia asiatiche mi svestono di sete preziose, scambiano gioielli d’oro sulle mie gambe ormai bianche, una lacrima che non ho indossato a cambio di viaggi nell’arcobaleno. Coi mandorli in fiore, nel buio ritorna forte il profumo di casa, mi lascia morsi sulle guance al mattino, quando ho addosso l’odore di uno shampoo arancione e sono cieca, sorda, ai pugni che tirano giù il cielo di febbraio ancora una volta.