Ho da dire del silenzio perfetto delle notti che si confonde col silenzio inimmaginabile dei giorni. Del tempo, come una fisarmonica muta che comprime e poi allenta l’assenza. Della presenza ho da dire, vuoto pneumatico mutilato di carezze. Delle cerniere rotte e dei bottoni persi, delle chiavi dimenticate e delle porte socchiuse, dei balconi spalancati e delle strade presidiate. Ho da dire della luce dello schermo e del lume di candela, delle macchie di inchiostro sulle dita e delle nostre mani in quarantena. Di questa quaresima malata e del luogo segreto in cui nascondo tutte le mie lacrime. Ho da dire delle bandiere che brucio e delle bandiere che alla fine scelgo. Del senso di casa, mentre casa è un paese straniero con i confini blindati. Delle isole che navigano via con a bordo i miei sogni, e mi lasciano promesse minoiche da cambiare con un voucher. Ho da dire di chi c’è e di chi non c’è affatto in questi giorni di arresti domiciliari. Di chi non ha il coraggio di andarsene. Di chi una mattina all’improvviso trova il coraggio di amare. Del rumore che fa il vetro quando si rompe, ho da dire. Dei polsi rotti, dei tuoi abbracci interi, delle nostre notti insonni. Ho da dire di questa sorta di inverosimiglianza narrativa, delle parentesi, del paradosso del mentitore che afferma di mentire, dove il vero e il falso si trasformano l’uno nell’altro. E ho da dire dei fiori di pesco a primavera che portano il mio nome nella campagna italiana, della caducità delle cose, di quando rintocca la mezzanotte e della nostalgia delle campane al mattino. Della mia voce che tremava, stamattina, e dei tuoi occhi che finalmente mi hanno trovata.