Gennaio

La tua immensa stanza vuota ha pareti bianche e porte blu, presagio di Grecia fuori stagione. Sei arrivato come un’estate di San Martino a metà gennaio, con dita piccolissime che intrecci nei tuoi capelli fini, le stesse che la mattina di un giorno nuovo mi hai poggiato sul viso.

Non so togliermene di dosso il peso. Leggero il tocco, la pressione che non eserciti quando mi copri la bocca, mi pieghi la testa di lato e mi dici quella frase che impiego chissà quanti respiri a trascinare dalla tua lingua alla mia…

Dormi accanto a me e la tua bocca piena di alcol non ha più bisogno di traduzioni. Tutto di te sta già viaggiando via da questo sole d’inverno che ti ha sfiancato un bicchiere alla volta e poi ti ha vinto tra le mie gambe in mezzo al mare, senza rotte per tornare in Inghilterra. Tutto di te, ma non tu.

Eravamo due sconosciuti ubriachi che cercano di portarsi via i vestiti e la solitudine, senza riuscirci.

Mi dici stasera, e piangi mentre lo dici, che hai combattuto contro te stesso mentre viaggiavamo insieme alla fine di questi giorni. Ma nei tuoi occhi vedo morire il volo delle rondini e non riesco a smettere di guardarti.

Sto per scappare nell’unico posto che neutralizza qualsiasi assenza: Atene ogni volta è una partita truccata, la fenice che risorge, la lingua che solo io so decifrare.

Domani questo letto non sarà più nostro, questa stanza non sarà più tua. Non c’è niente di te che assomigli a ciò che desidero ma è successo che troppo in fretta io sento come non sentivo da quando ero intera.

Sprofondo in un letto di lavanda, migliaia di strade lontana da casa mia, in un luogo che continuo a chiamare casa, dove il mio cane ha una cuccia da cui mi guarda, dove l’inchiostro sottopelle inesorabilmente torna a galla.

Atene, dove basta un attimo per mandare tutto in frantumi e dove in pochi istanti ritrovo il mio posto.

Londra oggi è rimasta due ore indietro. All’improvviso ha perso il ritmo dei miei tramonti, io che proprio oggi ne ho contati 43. A Londra all’improvviso era ancora ieri, mentre qui iniziava un giorno nuovo, che nella piazza di Exarchia sapeva a rakomelo e buzuki, a musica rembetika, alla nostalgia, nel senso più puro di dolore e di ritorno a casa.

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