(i) Sola

Siedo immobile sulla panchina di questa stazione e non sento più il corpo da giorni. L’ho lasciato un pezzo alla volta nelle ore di sonno vegliate alla luce di uno schermo che dormiva, un morso alla volta nelle sere in cui ho dimenticato di masticare.

L’ho lasciato nelle curve del legno di una stanza caldissima, ore prima che decollassero gli addii, ore dopo aver assaggiato il veleno. L’ho sbiadito sotto un sole troppo forte che non si decideva a tramontare e quando finalmente è arrivata la notte ho deciso di lasciartelo consumare, seguendo il tempo degli astri e la linea dei denti. Una marea che si alzava e si abbassava come se non ci fossimo mai dimenticati: l’assurdità dell’inverno sulla tua pelle bagnata.

Come sempre parto per tornare a casa mia dal luogo lontanissimo in cui mi sottrai ai pensieri, e non sento altro che punti di me pulsare a intermittenze sconosciute. Li hai baciati tutti suonando gli accordi che ho imparato sulle dita vent’anni fa.

Non torneremo a essere campioni del mondo anche quest’anno: me lo prometti?

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