Il ritorno

Il viaggio è un tuffo lento nel cuore dell’Egeo, nelle profondità di un mare che non diventa scuro nemmeno quando è aperto, tanto trasparente è la sua acqua. Trasparente come gli occhi del mio uomo che mi aspetta, fermo come un albero, piantato in mezzo al vialetto sterrato, in mezzo a questa mattina di fine giugno quando all’improvviso sono lontani gli schiamazzi notturni, le fermate della metropolitana, i boati degli ingranaggi del camion della spazzatura sotto le mie finestre. Perfino i reflussi gastrici e i buchi nel cuore che hanno il diametro di un mandala di fili colorati strappato via dalla parete.

Tutto all’improvviso è Grecia biancoazzurra, schierata al muro e rivolta al mare, come se ci fosse una geometria che sono l’unica a disubbidire. È Grecia che non riesco ad articolare tra le labiali e la memoria, con intervalli che mi inchiodano al sonno della mia notte in bianco. Rannicchiata sul legno di quella panchina al porto di Santorini tenevo gli occhi chiusi e le ossa immobili sul dolore e sulla gioia irripetibile del momento esatto in cui tutto stava per cominciare. Ieri notte su quella panca di legno ho pregato che il mondo si fermasse consegnando all’eternità perfino le mie anche doloranti in cambio della gioia rotonda che finalmente mi occupava lo stomaco. Poi è stato un rapido scivolare di volti e discorsi e di nuovo intervalli nel tempo che rendono il tempo un mare calmo come quello che ho davanti da ore e che avrò intorno per mesi. Aspettare il tramonto, aspettare le stelle, ascoltare i grilli, accarezzare un cane, imparare la differenza tra un caffè greco e un freddo espresso, non calpestare la vernice fresca del vialetto, controllare che sotto il cuscino non ci sia un millepiedi. All’improvviso questo è ciò di cui mi devo occupare e il cuore mi si riempie di una gioia che è talmente liquida da occupare ogni angolo, con ostinazione e calma, proprio come questo vento d’estate che soffia lento.

Poi viene la notte, madre di tutte le notti d’estate che abbia mai conosciuto, con il canto del mare che da lontano seduce Ulisse, benevolo stavolta, e il cielo come un pallone aerostatico pieno di stelle che si gonfia all’improvviso tutto intorno a me e mi toglie l’aria dai polmoni e mi mette la meraviglia negli occhi. Viene la notte greca, con la melodia dei grilli e di una marmitta nel buio, i fari come due lune a sostituire la luna nuova e assente, io seduta su un motorino rosso che a pochi chilometri orari taglia l’aria calda in salita verso Chora, passa davanti al porto illuminato e immobile come un presepe fuori stagione e poi si tuffa di nuovo tra la roccia e il silenzio, riconsegnandomi alla Via Lattea, a Cassiopea e allo spazio sterminato di stelle di cui non conosco il nome.

 

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