Innamorati del processo

Ieri sera era impossibile arrivare a casa, come in Fuori Orario di Scorsese, ma senza tanta follia. Al contrario, una catena di incontri, racconti, confronti: l’amica psicologa, sempre pacata nell’ascoltare le storie delle mie relazioni tossiche, che scivola con lentezza e determinazione nella sua relazione tossica; l’amico fotografo, alle prese con la fisica quantistica e l’idea di coppia aperta, che su una terrazza a due passi dal cielo non sa più cosa sia reale e se la sua ragazza tornerà a casa; l’amico peruviano che salutiamo in un bar, in una piazza, prima dell’ennesimo viaggio di sei mesi tra Russia, Iran, India e Nuova Zelanda, chiedendoci tra quanto tempo scriverà per farsi mandare soldi, come l’ultima volta da Sulawesi, che non ho ancora capito dove si trovi ma credo in Indonesia, o come quando, senza aver dato notizie per cinque mesi, mandò un messaggio telegrafico in cui diceva soltanto manden plata, estoy enamorado. Per concludere la coppia italo-cubana, che si siede al tavolo mentre stiamo per andarcene e lei non smette un attimo di raccontare con particolari che mi fanno pestare all’improvviso in terra, come dovessi inchiodare, l’improvvisa crisi epilettica di lui, mentre lui sembra un Cristo in croce, ma più piccolo, con le braccia aperte in una posizione scomodissima, attaccato alla moglie da un lato e alla mia amica dall’altro, amica che alla fine ha avuto un attacco di tachicardia per il troppo aggrapparsi di lui, energeticamente parlando chiaro, perché qui ormai si parla solo di energie, come se l’energia di una persona fosse visibile quanto lo è il suo colore di capelli.

Io mi innamoro di tutto ultimamente e mi arrabbio per tutto. Alla fine ieri mi è andata meglio che al povero Paul Hackett e nessun camion mi ha scaricato davanti alla porta dell’ufficio. Sono arrivata a casa e di tutti i discorsi della giornata uno ha continuato a guadagnarsi spazio nella mia testa. È un discorso lungo e complesso, o forse lo si può rendere rapido e semplice ma non ne sono capace. Per l’appunto ha a che fare con l’essere capace, con la pressione di dover creare qualcosa e con l’ossessione che sia all’altezza, e già la parola stessa indica naturalmente una scala di valore, e un punto al suo interno che sia preferibile, se non addirittura imprescindibile. Adesso tra l’altro questa storia della scala mi fa pensare alla mia amica steineriana, che dal disegno di un bambino sa indovinarne l’età, proprio in base al fatto che universalmente i bambini disegnano nello stesso momento ciò che si sta sviluppando nel loro corpo e quindi a due anni e mezzo circa disegneranno forme che hanno a che fare con la colonna vertebrale, come appunto una scala. Ma il discorso a cui mi riferivo riguarda l’innamorarsi del processo, senza ossessionarsi con il risultato. Addirittura è un imperativo: innamorati del processo, e il risultato verrà da solo.

L’inappellabilità di questo imperativo, calcato sopra il verbo che più di qualsiasi altro non permette comadamenti, ha improvvisamente sostituito il tapis roulant su cui stavo affannosamente correndo, immobile nell’arco degli stessi quaranta centimetri, con una montagna russa tipo Shambhala, in cui a nessuno gliene frega niente dell’arrivo, perché il bello sta appunto tra l’inizio e la fine. E io sono esattamente tra la partenza e l’arrivo, nel punto privilegiato in cui il solo imperativo possibile è divertirsi. In cui il solo imperativo possibile è innamorarsi.

Lascia un commento