L’etimologia non si serve a parte

La lingua greca è vanitosa ed elegante. Si lascia ammirare ma non si lascia prendere. Scorre veloce dentro lettere antiche, che ancora scrivo come fossi al Ginnasio, incapace per ora di articolare i pensieri e attenta alla costruzione delle frasi come contassi gli incastri del Lego.

Ogni parola ha una storia, non solo un significante e un significato. L’etimologia non si serve a parte, ma arriva nello stesso piatto. Per noi Italiani è materia da eruditi, da letterati, da professori, ma qui in Grecia è cosa di tutti. Rientra appunto nel significato stesso delle parole, significato che quindi acquisisce una profondità maggiore, come se esistesse una quarta dimensione che immediatamente crea ponti semantici e scorciatoie semiotiche.

A questo stadio del mio apprendimento è e rimane un raffinato esercizio intellettuale che mi costa anche parecchia fatica. Ma ciò che realmente acquista importanza è capire quanto la lingua greca consenta ai suoi parlanti nativi di articolare il pensiero in architetture più complesse, con una padronanza di gran lunga maggiore delle possibilità del significato, con un dominio della storia, appunto, che rende avveniristica la dimensione della scelta lessicale.

In questi arcipelaghi etimologici, mi perdo con lo stesso stupore che provo al traghettare da un’isola all’altra, inseguendo traiettorie antichissime, impregnate di disciplina e poesia liceale.

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