Ad Atene ci sono già stata, quando ero vecchia e saggia, quando vestivo di nero e parlavo questa lingua. La città è bianca da lontano e coloratissima all’interno, decadente e antica, imperitura e alla moda. Con le sue strade scivolose e la plastica nelle mani dei passanti. Io ho camminato senza fretta, riconoscendo le curve prese nelle prime ore assolate.
Cerco Panagoulis sui muri, nel credo di qualche studente, ma trovo solo una stazione della metro che porta il suo nome. Guardo negli occhi la gente e mi proteggo con parole in una lingua non antica e non moderna, che la zia Caterina ieri ha lasciato scritte su un biglietto per me. Non voglio partire. E anche se abbiamo promesso di non dire niente fino a sabato pomeriggio, io semplicemente non voglio tornare a stare lontano da lui.
Ho respirato la povertà. Ho annusato un maschilismo strisciante e una dichiarata omofobia, anche se chiamata con un altro nome. Ho guardato un uomo cambiare scarpe che adoro, diventare minuscolo nel letto sotto di me e altissimo negli abbracci per strada. Ho visto i suoi amici sorridermi dalla giusta distanza, curiosi e discreti, forzando i pensieri in una lingua che gli risulta difficile e lasciandomi poi ascoltare il flusso ininterrotto e senza punti interrogativi del greco.
Penso a Oriana, che quarant’anni fa correva qua per incontrare l’uomo che avrebbe amato fino al momento di spengersi. La metropolitana di Atene è un elettrocardiogramma con uno spasmo immenso in Piazza Sintagma.