Folegandros

Guardo la mia isola farsi a poco a poco più piccola nella luce implacabile di questo giorno d’estate che ho visto sorgere dietro la chiesa di San Giovanni, seduta davanti a un uomo che mi calmava la pelle una carezza alla volta.

E poi l’acqua invisibile tra le gambe e le parole greche a tapparmi le orecchie, cancellando per sempre ogni altro suono, ogni altra voce e qualsiasi luogo abbia conosciuto fino ad ora.

Tutto arriva in ritardo e all’improvviso in questa terra non attaccata alla terra. Porto via dentro valigie troppo piene gli occhi immensi di un uomo timido, il suo inchiostro e le macchie che ci siamo lasciati addosso. Le ho lavate via nell’acqua di un mare calmissimo, al termine della notte, ma sono tornate da me il giorno dopo, lucide come la neve.

A casa mi aspetta tutto ciò che butterei via in un solo istante, in cambio di un libro a lettere greche, tra le quattro pareti bianche di una stanza a Livadi. Porto via la paura di non ritrovare carezze come le sue, porto via la paura di dimenticarle e la speranza di saperle ignorare. Porto via, nel ventre, il ricordo dell’amore fatto fuori dal ventre, consumato a occhi aperti sotto il palmo delle mani.

E lascio a lui la mia pelle bruciata, con lentiggini asimmetriche a sconvolgere le sue geometrie. Lascio a lui il coraggio di un bacio al miele in mezzo all’ultima notte del mondo. Lascio a lui ogni sorriso dolce scappato fuori dai denti ad avvelenare i pensieri. E lascio a lui la carta e la fantasia, per disegnare di me ogni linea che non riesco a vedere.

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